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Festival delle Cittą Impresa |
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Un Festival delle città impresa, perché la città torni a diventare impresa e l'impresa torni a essere città. Al centro dell’attenzione sette centri urbani di media e piccola grandezza, capoluoghi simbolo della trasformazione industriale avvenuta negli scorsi decenni e oggi modelli rappresentativi di un sistema, come quello nordestino, in costante movimento perché luogo di sperimentazione.
E’ questo il senso del Festival, evento organizzato e promosso da Nordesteuropa: tornare a riflettere sui temi legati alle trasformazioni del tessuto economico di questi territori e sulla rivoluzione del rapporto città-impresa, due universi che per lungo tempo non hanno collimato ma che ora si stanno riconciliando.
Alla base di questo nuovo incontro, i nuovi processi di smaterializzazione dell’economia, la riconfigurazione e necessaria riqualificazione dello spazio abitato e un rinnovato senso del lavoro, di progettazione e di vita proteso al perseguimento della felicità.
La manifestazione che è alla sua prima edizione, prevede circa 100 incontri e coinvolge importanti esponenti della cultura industriale, politica, scientifica e finanziaria in un ampio dibattito sui temi legati alle trasformazioni del tessuto urbano in rapporto all’evolversi dello scenario economico e alle sue implicazioni sul vivere quotidiano delle città.
La riflessione, dal forte respiro internazionale, vede anche la partecipazione dei maggiori esperti mondiali in campo urbanistico e architettonico ai quali si affianca la testimonianza diretta degli amministratori pubblici che hanno guidato i processi di trasformazione industriale dei centri urbani, e degli imprenditori protagonisti della rivoluzione della media impresa italiana. |
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La cittą diventa impresa e l’impresa diventa cittą |
Ragioni e scommesse di un nuovo incontrodi Enzo Rullani 1. Una storia che finisce, una che comincia La città ha sempre fatto fatica a convivere le imprese che in esse si sono insediate ai tempi – remoti ma anche recenti – della modernità industriale. E questo soprattutto in un territorio, come il Nordest, che è stato investito dall’onda lunga dell’industrializzazione diffusa. Per effetto della quale, lo spazio urbano o suburbano di migliaia di piccoli centri è stato invaso da fabbriche, macchine, lavorazioni “pesanti” e carovane di tir che ogni giorno vanno e vengono, senza sosta. Spostando con grande determinazione tonnellate carichi che il passante occasionale, capitato in strada, osserva senza sapere da dove vengono e dove vanno. Come se lo spazio una volta abitato non fosse più suo, ma appartenesse a una logica diversa, che gli sfugge. È così che tra città e fabbriche è maturata, nel tempo, una reciproca estraneità. Che non era solo una questione di inquinamento, di rumore o di qualche altro fastidio situato alla superficie delle cose, ma qualcosa di più profondo e di più radicale: era la logica dei due universi – quello della città e quello della produzione – a non collimare. Le città in cui abitavano gli uomini, e la loro storia, finivano per ospitare un modo di produrre in cui le macchine comandavano sugli uomini e in cui l’ingegneria razionalistica faceva tabula rasa della storia. Dunque, si trattava di due principi opposti, due modi di ragionare e di sentire assai difficile da mettere insieme, nello stesso territorio. Tuttavia, trenta anni fa, all’inizio della grande crescita, non sono apparsi così divergenti perché le fabbriche, appena arrivate, avevano una funzione liberatoria, non solo costrittiva. |
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